Un padre, alter-ego di Serra, e il figlio di coppia benestante separata vivono la loro crescita verso l’età adulta in una Milano senza traffico e spopolata.

Il figlio non ha voglia di fare una mazza, il padre (Claudio Bisio) è onnipresente alle sue spalle in diverse linee temporali grazie ad un lavoro concepito come svago rilassante rispetto agli altri impegni, dal pilates alle cene borghesi agli approcci insistenti sul luogo di lavoro. Il padre è ricco (coi soldi del canone gli ricorderà un personaggio, passando per antipatico, e questo è oggettivamente un capolavoro), il figlio pure e ha tanti amici che si muovono tutto il tempo in bici in una enorme autostrada ciclabile inaugurata in zona Arco della Pace.

Gli amici sono veramente abbastanza da ricordare scene da un’altra epoca, come se i legami amicali non si fossero indeboliti seriamente anche in Italia tutti si rendono antipatici grazie al modo in cui si comportano con i membri di quelle che una volta si chiamavano classi subalterne, sempre pronti ad asciugargli il mocio dal naso. Il film migliora nell’ultimo terzo ma non escludo di averlo visto in fase REM.

La regia è il meno peggio, così come le musiche a tratti distoniche. Ma una scena in particolare mi ha ricordato la pubblicità del San Crispino (2013) ma il piacevole déjà-vu si è infranto quando è comparsa una bottiglia di vetro in vece del cartoccio. Un’altra scena fintissima è quella del temporale, dove Selva e la silenziosa Alice hanno uno scambio di battute con improbabili effetti visivi in sottofondo.

Il film rappresenta un mondo finto in cui non ci si riesce ad immergere a causa delle lacune enormi nell’ambientazione e nel debole soggetto di Serra, che la sceneggiatura sembra provi a recuperare.

Mancano i capi chini sugli smartphone (quasi esclusivamente telefonate). Manca la protagonista assoluta di inizio secolo, la solitudine. Il mondo si mobilita facilmente verso i personaggi, senza sforzo ai fini narrativi e la scena della caduta è significativa. Scene uscite da un film di un’altra epoca e chiunque abbia avuto a che fare con una situazione di emergenza negli anni della distrazione di massa sa riconoscere l’assoluto scollamento dal comportamento riscontrato nella pellicola. Sospensione d’incredulità? Non senza dimostrare di aver fatto un minimo di ricerca per far entrare lo spettatore in una ricostruzione che almeno assomigli alla realtà. A maggior ragione se tratti il tempo presente, il presente lo devi conoscere o fartelo raccontare da qualcuno che lo conosce.

Non ho molto altro da aggiungere se non una recensione rabbiosa al punto giusto sui punti che contano del soggetto quanto tenera sulla regia della Archibugi, di cui estraggo un giudizio alla persona su cui si basa questo film liberamente tratto:

Michele Serra è un eroe della Meglio Gioventù […] è diventato un autore televisivo e in questo è molto simile a Giorgio Selva […] Serra è del 1954 […] erano i miei eroi e non solo hanno tradito la mia fiducia, hanno tradito il Paese. E pochissimi di loro lo riconoscono perché sono abbastanza antipatici.

Ricevere schiaffoni del genere è normale se racconti una realtà fittizia e il film incassa 2,3 milioni di euro (lordo mondiale IMDB 2.536.918 USD che mi sembra vicino a una conversione quasi perfetta col vecchio cambio) e riesce a non andare in perdita. Sulla cronica difficoltà di andare all’estero del film italiano degli ultimi anni e su quello che il cinema italiano propone c’è Svevo Moltrasio e il suo Come muore il cinema in Italia.